Iconα di San Massimo il Kafsokalivita: un’iconα post-bizantina dell’Athos

Icona Di San Massimo Il Kafsokalivita Post-Bizantina Con Aureola E Benedizione
San Massimo Il Kafsokalivita In Un’Icona Post-Bizantina Con La Mano Destra Levata In Benedizione, Rotolo Nella Sinistra E Mantello Verde Scuro

Un pittore anonimo del XVII secolo ha dipinto questa icona portatile che è custodita nel Kyriakon della Sacra Skite di Kafsokalyvia, sul Monte Athos, raffigurando la figura di san Massimo il Kafsokalivita, un monaco vissuto intorno al 1365 e strettamente legato alla storia della tradizione eremitica athonita.

Nato a Lampsaco in Asia Minore, Manuel — questo era il suo nome al secolo — lasciò la casa paterna a soli diciassette anni, cercando prima il monachesimo sul monte Ganos e più tardi, dopo aver vagato per centri ascetici della Tracia e di Costantinopoli, la via verso il Monte Athos. Questa immagine, un esempio dell’arte post-bizantina fiorita nei laboratori dell’Athos, non registra semplicemente un volto, ma registra un atteggiamento di vita.

L’arte dell’icona post-bizantina e la vita dell’esicasta

Il volto di Massimo, con i capelli castano-rossicci e la lunga barba biforcuta, risalta davanti a un’aureola circoscritta da una doppia linea punteggiata, una tecnica frequente nella pittura athonita di quell’epoca; mentre la sua mano destra si leva in benedizione, la sinistra poggia quietamente su un rotolo con un’iscrizione in lettere rosse, quasi come se continuasse ancora la sua parola. Egli indossa un mantello verde scuro con ampie pieghe, sotto il quale si intravede una veste interiore in tonalità ocra, e ha una piccola croce appesa a una catena sul petto. Nella parte superiore della composizione, un’iscrizione rossa dichiara l’identità dell’onorato.

La vita dietro questa iconografia è altrettanto densa. Sulla cima dell’Athos, secondo la tradizione, la Madre di Dio apparve a Massimo, chiamandolo a vivere in completa povertà; da allora egli abitò in luoghi deserti, costruendo una capanna provvisoria e, non appena vi si abituava, la bruciava e andava altrove, una consuetudine che gli meritò il soprannome di Kafsokalivita. L’icona stessa, con la sobrietà dello sfondo e la severità dello sguardo, sembra voler rendere proprio questa rottura ascetica con ogni dimora permanente.

(Traduzione dal testo greco a cura di K. Papachristou)