
Nella parte settentrionale del portico dei Santi Apostoli di Salonicco, all’interno del piccolo parekklesion dedicato al Prodromo, si conserva una delle scene più eloquenti del ciclo che narra la vita di Giovanni Battista. La composizione si riferisce al simposio che Erode Antipa offrì per il proprio compleanno, la festa durante la quale Salomè, figlia di Erodiade, danzò dinanzi ai commensali e chiese in cambio la testa del Prodromo sopra un vassoio. È datata al periodo compreso tra il 1310 e il 1320 ed è attribuita all’egumeno Paolo e ai suoi collaboratori, i quali assunsero la prosecuzione della decorazione del tempio quando il finanziamento del patriarca Nifone per i mosaici si interruppe bruscamente, dopo la sua rimozione dal trono patriarcale nel 1315.
Accanto dunque ai lussuosi mosaici della chiesa principale, con minori mezzi economici ma con arte non minore, l’affresco assunse il compito di completare il programma iconografico. L’immagine non fissa il momento della danza, come forse ci si aspetterebbe dal titolo della scena, bensì la tavola stessa attorno alla quale si riuniscono gli ospiti, con una densità di dettaglio che ricorda quanto sistematicamente i pittori dell’epoca studiassero le raffigurazioni di cibi nella pittura monumentale. Danneggiata in diversi punti, con l’intonaco perduto qua e là fino alla giuntura della pietra, la composizione conserva tuttavia una chiarezza sufficiente per ricostruire la messa in scena di un ricevimento di corte con una precisione quasi archivistica.
Lo scenario del simposio di Erode
Una camera a volta con tetto di tegole in toni di cotto e ocra incornicia l’intera composizione, sorretta da sottili colonnati con capitelli ancora distinguibili, nonostante i danni, nella parte superiore dell’immagine. Non si tratta di una resa realistica di un palazzo; è piuttosto una convenzione, un diaframma architettonico che indica lo spazio interno, palaziale, senza descriverlo analiticamente, come era solita fare la pittura paleologa quando voleva «chiudere» una scena entro delle mura. Nella parte superiore sinistra una pesante tenda rossa è stata tirata di lato e si raccoglie in pieghe sopra il campo nero e privo di profondità, una tecnica consueta che mostra come la scena si svolga in uno spazio chiuso, dietro un tessuto che si è appena aperto agli occhi dello spettatore. Lo sfondo scuro, privo di paesaggio o di cielo, lascia che l’attenzione si concentri esclusivamente sulle persone e sulla tavola.
Cinque figure riempiono lo spazio sotto il tetto, tutte rivolte verso il centro della composizione, tutte parte della medesima conversazione silenziosa. All’estremità sinistra, in parte tagliato dalla cornice, siede Erode, con un copricapo alto ed elaborato e una tunica in un caldo arancione, la mano appoggiata al bordo della tavola e un tessuto bianco gettato sopra il suo giaciglio.
Accanto a lui una figura in piedi con un mantello grigio-verde tiene qualcosa di sottile e allungato tra le mani unite, con lo sguardo abbassato, quasi pensieroso, mentre al centro un uomo barbuto con tunica bianca e mantello color arancio solleva la mano in un gesto di parola, le dita aperte come se parlasse o commentasse qualcosa appena detto. Gli ultimi due, uno con veste giallo-dorata e mantello rosa e un altro ancora con tunica rosata, sopravveste grigio-azzurra e un gioiello scuro che ferma il tessuto sul petto, chiudono la composizione a destra, barbuti anch’essi, gravi, senza alcun movimento che tradisca la tragedia che sta per seguire.
Tra di loro si stende la tavola, rivestita di un tessuto giallo-dorato che termina in una fascia decorativa rossa con frange che cadono lungo la fronte, dettaglio di lusso che non sarebbe passato inosservato a uno spettatore del XIV secolo. Su di essa si distinguono un recipiente poco profondo con contenuto rossastro, probabilmente carne arrostita o pesce, pani rotondi, coppe di altezza diversa, un recipiente alto al centro che potrebbe essere un candeliere o un vaso, e oggetti rotondi più piccoli che ricordano dei frutti. Nessun dettaglio qui è un’aggiunta casuale; le scene di simposio, come questa di Erode, insieme ad altri banchetti simili dell’iconografia bizantina, costituiscono tra le fonti più ricche per chi studia l’alimentazione e le suppellettili da tavola nella pittura monumentale tra il X e il XIV secolo, proprio perché il pittore doveva rendere con convincente efficacia il lusso di un ricevimento di corte.
Lo studio fondamentale di Andreas Xyngopoulos sulla decorazione pittorica del tempio, pubblicato nel 1953, rimane un punto di riferimento per chi voglia comprendere come si articoli il ciclo del Prodromo all’interno del parekklesion, mentre ricerche degli anni Ottanta e Novanta hanno portato alla luce ulteriori sezioni di affreschi che erano state ricoperte di intonaco negli anni dell’uso ottomano dell’edificio come moschea. È, forse, una delle stranezze di questo monumento il fatto che la soluzione tecnicamente più povera, l’affresco, sia sopravvissuta laddove i costosi mosaici sono rimasti incompiuti; la necessità, non l’abbondanza, ha determinato infine quale parte del tempio sarebbe giunta fino a noi completa. Nella scena del simposio di Erode non vediamo la violenza della decapitazione né la danza che l’ha provocata, soltanto l’istante precedente, gli uomini attorno a una tavola imbandita, ancora ignari di ciò che la figlia di Erodiade sta per chiedere.
(Traduzione dal testo greco a cura di K. Pappas.)

