
Nel katholikon del monastero di Valsamonero, alle pendici meridionali dello Psiloritis, si conserva, a partire dal XIV secolo, un affresco che raffigura la Comunione degli Apostoli, l’episodio nel quale Cristo trasmette ai suoi discepoli il pane e il vino della divina Eucaristia. Il pittore rimane sconosciuto, cosa consueta per la maggior parte della pittura monumentale cretese di quell’epoca, la sua mano tradisce tuttavia una familiarità con i modelli della Costantinopoli paleologa. La composizione appartiene a un tipo iconografico noto come Trasmissione o Comunione degli Apostoli, tema liturgico che era solito ornare la conca dell’abside del santo Bema nelle chiese bizantine, rimandando direttamente alla Divina Liturgia che si celebra al di sotto di essa.
A Valsamonero la sua presenza si inserisce nella corrente più ampia della pittura tardo-bizantina, quella che trasferisce il linguaggio monumentale della capitale ai margini dell’impero e lo adatta a botteghe locali. Gli apostoli sono raffigurati in processione, vestiti di chitoni e mantelli rosso scuro, ocra e blu profondo, avanzando verso il punto in cui un tempo si sarebbe trovata, al centro della composizione, la figura di Cristo come sacerdote e vittima insieme. Si tratta di uno degli esemplari superstiti più rari di questo tema nell’area greca durante quel periodo, fatto che conferisce all’affresco un peso che va oltre il suo valore puramente estetico.
La composizione della Comunione degli Apostoli a Valsamonero
L’affresco si estende su una delle fasce del santo Bema, esattamente nel punto in cui l’arte bizantina aveva stabilito da secoli di collocare questo tema, affinché l’immagine dialogasse direttamente con la liturgia che vi si celebrava. Si conserva oggi in modo frammentario, con danni all’intonaco e perdite di colore che non impediscono tuttavia la lettura della composizione nel suo insieme.
Il pittore organizzò le figure in un’unica fila, su una stretta striscia di terreno, con uno sfondo blu profondo che ricorda un cielo notturno, tecnica consueta nella pittura bizantina per rendere il carattere trascendente dello spazio. Sopra le teste degli apostoli si estende una trave orizzontale con un intenso decoro a rilievo, mentre ai due estremi della composizione si delineano elementi architettonici, piccole arcate e tetti con tegole, che incorniciano la scena come una loggia.
La processione degli apostoli nella composizione
Nella composizione più ampia si distinguono sei o sette figure che avanzano una dietro l’altra verso destra, con i piedi nudi su un terreno reso con pennellate sobrie e chiare. Il primo del gruppo, vestito di un mantello arancione scuro, tende le mani in avanti, con i palmi aperti e leggermente incurvati, gesto che nell’iconografia bizantina indica sempre l’accoglienza del pane dalla mano di Cristo officiante. Dietro di lui segue una figura con un mantello azzurrognolo, sulla cui manica si distingue una banda rossa, elemento che potrebbe rimandare a un paramento liturgico o semplicemente a un dettaglio decorativo della veste. L’asse cromatico della composizione si fonda su tre toni principali, il rosso, il giallo dorato e il blu profondo, che si alternano tra le figure in modo tale che l’occhio venga condotto ritmicamente da un estremo della raffigurazione all’altro. Non mancano nemmeno i toni intermedi, il grigiastro dei mantelli sullo sfondo, un biancastro nei sandali di alcune figure. L’architettura che incornicia gli apostoli non aspira al realismo. Funziona simbolicamente, alludendo allo spazio in cui si svolge la scena, probabilmente una sala o un portico, senza tuttavia vincolare lo spettatore a una topografia precisa. Le arcate agli angoli, con i loro tetti di tegole, echeggiano modelli della pittura costantinopolitana del XIV secolo, dove gli edifici servono come scenario di separazione degli episodi piuttosto che come registrazione fedele di edifici reali. Il gesto dell’accoglienza, ripetuto con piccole variazioni in ogni apostolo, non è un semplice dettaglio narrativo. Appartiene a un codice visivo che la teologia bizantina aveva elaborato per secoli, attribuendo al corpo di ogni discepolo il momento della partecipazione personale, individuale, al mistero comune.

Le figure in movimento: espressione e sguardo
Il dettaglio ritagliato dal centro della composizione rivela quattro figure, ciascuna delle quali mantiene una postura del corpo e un’espressione del volto distinte, elemento che sfugge alla consueta concezione di una processione unica e impersonale. Il primo, vestito di un mantello rosso scuro che cade in ricche pieghe intorno alle spalle, piega il corpo in avanti e porta la mano vicino al mento, gesto di riflessione che la pittura bizantina riservava di solito a figure in un momento di dubbio interiore o di attenzione. Accanto a lui, un anziano dalla fronte calva e dalla barba bianca, vestito di un mantello giallo dorato, tiene le mani incrociate davanti al corpo, posa di compostezza che corrisponde alla tradizione iconografica degli apostoli più anziani.
La terza figura del gruppo, con capelli e barba dal tono rosso-bruno, indossa un mantello blu scuro e volge lo sguardo verso destra, in direzione della processione, con un’espressione contenuta, quasi imbarazzata. L’ultimo della fila, con un mantello azzurro grigiastro e la banda rossa sulla manica già menzionata, stende la mano in avanti in un gesto che sembra preannunciare l’accoglienza del dono. I volti sono resi con sottili gradazioni di luce e ombra sull’ocra della pelle, senza la durezza della schematizzazione lineare che caratterizzava correnti più antiche, indizio di un pittore avvezzo ai risultati della plasticità paleologa. Piccoli dettagli, come i fori e i danni dell’intonaco che interrompono in alcuni punti le vesti, ricordano allo spettatore che ciò che ha davanti non è una copia, bensì la stessa superficie che fu dipinta sette secoli fa.
La pittura monumentale cretese del XIV secolo, come attestato a Valsamonero, precede di oltre un secolo la fioritura delle grandi botteghe di icone portatili che renderanno più tardi celebre l’isola, con pittori come Andrea Ritzos che proseguiranno, su altra scala e con altra tecnica, la stessa unione di tradizione costantinopolitana e sensibilità locale. Iscrizioni conservate nello stesso monastero datano la navata più antica del katholikon, dedicata alla Panagia, al 1332, fatto che colloca l’affresco della Comunione degli Apostoli nella prima generazione di un programma iconografico che si completerà gradualmente fino alla metà del XV secolo. Studiosi che si sono occupati dell’insieme degli affreschi del monastero vi individuano radici prevalentemente costantinopolitane, elemento che mette in rilievo l’importanza di Valsamonero per la comprensione degli sviluppi artistici a Creta prima del pieno sviluppo della tradizione iconografica sotto il dominio veneziano. La rarità del tema nell’area greca di quel periodo conferisce all’affresco un valore documentario, al di là della sua qualità artistica. Pochi esemplari si sono conservati in una condizione tale da permettere al ricercatore odierno di seguire il modo in cui una bottega cretese assorbì i modelli della capitale, senza perdere la propria voce. I danni del tempo, i fori nell’intonaco, i punti in cui il colore si è staccato completamente, non annullano questa testimonianza. La rendono, semmai, più tangibile.
Non conosciamo il nome del pittore che tenne il pennello davanti a questo muro. Sappiamo però che la sua mano apparteneva a una generazione di artisti che impararono a rendere il corpo umano con nuova libertà, mantenendo al tempo stesso intatta la sacralità del tema che si erano assunti di dipingere.
(Traduzione dal testo greco, a cura di K. Pappas)

