
Alla collezione di icone portatili legata all’ellenismo di Venezia appartiene una Natività del Signore, opera del XVI secolo, dipinta presumibilmente a tempera all’uovo su supporto ligneo, secondo la tecnica predominante nelle botteghe dell’epoca. Si tratta di una composizione densa, in cui l’evento centrale della Natività è accompagnato da scene parallele che ne arricchiscono la narrazione. Il fondo aureo ricopre la profondità, mentre un complesso di masse rocciose organizza l’immagine in livelli, ascendendo dalla grotta fino alla sommità, là dove si apre il cielo in un semicerchio di blu scuro, seminato di stelle. Pochi artefici dell’epoca osavano simile densità di dettaglio senza smarrire la coesione dell’insieme — coesione che, appunto, rende un’icona della Natività come questa esemplare della produzione post-bizantina fiorente tra Creta e Venezia. La custodia di tali opere si deve in gran parte all’Istituto Ellenico, ove si raccoglie un ricco corpus di icone portatili che documenta la produzione artistica delle comunità greche di Venezia dal XV secolo in poi. Nella presente composizione si riconoscono elementi rimandanti alla scuola cretese, quali la postura della Madre di Dio, l’abbondanza delle scene secondarie attorno alla grotta, e l’organizzazione severa del paesaggio montano. Nessun dettaglio appare casuale; non la posizione degli angeli, non il dolore silenzioso nello sguardo della Vergine.
L’icona della Natività e la narrazione attorno alla grotta
Al centro della composizione, entro una oscura apertura della roccia, si scorge il Divino Infante avvolto in fasce, adagiato nella mangiatoia, con il bue e l’asino che si chinano su di lui. Sopra la grotta, una colonna di luce discende dallo squarcio del cielo, unendo visivamente lo spazio divino con quello terreno. La Madre di Dio — avvolta in un maphorion rosso intenso sopra la veste scura — giace dinanzi alla grotta; lo sguardo di lei non rivolto al Bimbo, ma allo spettatore, in un’espressione trattenuta che molti studiosi, concordemente, legano alla prescienza delle passioni future.
Gli angeli, i pastori e la scena del lavacro
A destra, una moltitudine di angeli in vesti rosse e oro forma un coro attorno a un’apertura cavernicola di second’ordine, ove si distinguono dei pastori, uno dei quali suona uno strumento a fiato, mentre un angelo si china verso il basso recando il lieto annunzio. A sinistra, sopra un’altura rocciosa, un gruppo minore di figure nimbate osserva la scena; più in basso un cavaliere dal manto rosso pare dirigersi verso l’evento — elemento che sovente, nell’iconografia della Natività, rimanda al viaggio dei Magi. Nel registro inferiore della composizione, la dimensione terrena, umana dell’evento, viene organizzata da due gruppi distinti. A sinistra, due figure femminili compiono il lavacro del neonato: l’una tiene il bimbo tra le braccia, l’altra versa acqua da una brocca in un bacile rosso. Scena, questa, non menzionata nei vangeli canonici, ma derivante da tradizione apocrifa e incorporata permanentemente nell’iconografia della Natività sin dal medio periodo bizantino. Più a destra, seduto, il capo reclinato sulla mano destra, Giuseppe reca un’espressione di profondo pensiero; di fronte a lui sta un anziano pastore appoggiato a un bastone — figura che, nella tradizione esegetica, si associa sovente alla tentazione del dubbio — senza tuttavia che si alteri il clima quieto, quasi meditativo, della scena.
L’icona quale documento di arte bizantina e post-bizantina
La coesistenza di tanti episodi entro un unitario spazio iconografico non è mera scelta decorativa; essa imprime un modo di narrazione ove il tempo si contrae, e il significato teologico prevale sulla sequenza fisica degli eventi. Opere come questa, provenienti da botteghe di pittori cretesi operanti a Venezia, coniugavano la tradizione iconografica bizantina con elementi di estetica occidentale, dando forma a un’arte post-bizantina assai viva, la quale conobbe ampia diffusione nelle colonie greche d’Italia. Lo studio di simili icone, lette quali documenti storici, illumina non solo la loro funzione religiosa, ma altresì le reti commerciali, sociali e artistiche che univano Creta a Venezia nel XVI secolo.
(Traduzione dal testo greco a cura di K. Pappas.)
