
Un giovane dai ricci capelli neri e una corona di foglie d’edera volge il capo verso lo spettatore, mentre il suo corpo nudo, pallido e quasi verdognolo, tradisce qualcosa che non si addice alla fulgida immagine di un dio. Si tratta del Bacco malato, noto in italiano come Bacchino Malato, opera che dipinse Michelangelo Merisi, il celebre Caravaggio, intorno al 1593, nei suoi primi anni a Roma. Olio su tela, dimensioni 67 per 53 centimetri, è conservato oggi presso la Galleria Borghese. Il giovane tiene in una mano un grappolo d’uva, mentre un panno bianco copre parte del suo torso, legato con un nastro scuro alla vita. Nella parte anteriore, su una superficie di pietra, si distendono pesche e uva nera, elementi che mostrano già la maestria dell’artista nella natura morta. L’identità del giovane ha occupato per decenni gli storici dell’arte; molti ritengono che si tratti di un autoritratto, realizzato forse con l’ausilio di uno specchio, come riferisce il primo biografo dell’artista, Giovanni Baglione. L’opera apparteneva originariamente alla collezione di Giuseppe Cesari, noto anche come Cavalier d’Arpino, datore di lavoro di Caravaggio in quel periodo, prima di finire nella collezione del cardinale Scipione Borghese.
Il Bacco malato come ritratto di un’epoca difficile
Poco dopo il suo arrivo a Roma da Milano, verso la metà del 1592, Caravaggio trascorse un periodo di degenza presso l’ospedale di Santa Maria della Consolazione. Storici dell’arte, tra di essi Roberto Longhi, hanno collegato questa degenza al particolare colore della pelle nel volto di Bacco, ipotizzando che il pittore abbia registrato se stesso mentre convalesce, probabilmente da malaria. Non è il fulgore mitologico ciò che domina qui, bensì qualcosa di più umano, quasi imbarazzato.
Il volto e lo sguardo
Lo sguardo del giovane non guarda dritto in avanti; è rivolto di lato, con le labbra socchiuse in un’espressione che oscilla tra il sorriso e il disagio. Sotto gli occhi si scorge un leggero cedimento della pelle, mentre il colore del viso assume un tono giallastro che si intensifica nel collo. La corona di foglie d’edera, simbolo caratteristico di Bacco e del suo seguito di devoti, si avvolge intorno ai capelli scuri con una trascuratezza che appare intenzionale, quasi come se fosse stata appena posata. Il pittore non abbellisce nulla qui. Nemmeno se stesso. Il torso si volge in un modo che lascia nuda la spalla destra, mentre la testa gira all’indietro sopra di essa, creando una torsione che ricorda un’istantanea piuttosto che una posa studiata. Il panno bianco scivola dalla spalla e cade morbidamente intorno alla vita, legato lì con un nastro color ruggine. È un dettaglio che di rado viene commentato, ma aggiunge all’insieme un senso di provvisorietà, come se la veste fosse stata avvolta frettolosamente attorno a un corpo che non aveva tempo o disposizione per qualcosa di più formale.
La mano con l’uva e la natura morta
La mano sinistra sale vicino al mento, tenendo un grappolo d’uva in sfumature di verde e rosa, con alcuni acini che sono già caduti e pendono mollemente. Le dita stringono il picciolo con una naturalezza che si allontana dalla rigidità dei primi ritratti dell’epoca. In primo piano, sulla superficie di pietra, si distendono due pesche e un grappolo d’uva scura, accanto a una foglia che appare mezza secca alla sua estremità. La resa della luce sulla buccia dei frutti preannuncia già tecniche che l’artista svilupperà in seguito in opere come il Ragazzo con canestra di frutta, dove la natura morta acquisisce maggiore precisione e plasticità.
L’arte di Caravaggio dietro al Bacco malato
Lo sfondo rimane oscuro, quasi impenetrabile, tecnica che Caravaggio renderà marchio di fabbrica della sua pittura negli anni a venire. La luce cade obliquamente, illuminando intensamente il volto e la spalla, mentre lascia il resto in un’ombra che non si spiega del tutto. Non si tratta ancora del maturo, drammatico chiaroscuro delle sue composizioni religiose successive, ma il seme si trova già qui.
Alcuni studiosi hanno proposto che la figura potrebbe essere identificata con un satiro piuttosto che con lo stesso Bacco, dato che la corona d’edera costituiva un attributo consueto del seguito del dio. Quale che sia l’esatta identità della figura, l’opera funzionò probabilmente anche come dimostrazione di abilità, un biglietto da visita del giovane pittore per potenziali mecenati, dimostrando come potesse padroneggiare in modo altrettanto convincente il ritratto, la natura morta e il tema classico dell’antichità. Il Bacco malato rimane, in tutta la sua imperfezione corporea, una delle opere più sincere che l’artista ci abbia lasciato su se stesso.
(Traduzione dal greco a cura di K. Pappas.)

