San Massimo Kavsokalyvitis: affresco di Karyes

San Massimo Kavsokalyvitis In Un Affresco Postbizantino Con Nimbo Dorato
Particolare Dell’affresco Di San Massimo Kavsokalyvitis Nella Cella Del Typikario, A Karyes, Opera Di Un Pittore Anonimo Del Xviii Secolo Con Caratteristiche Dell’arte Postbizantina Athonita.

Sul fondo di uno spazio scuro, quasi opaco, si innalza la figura di san Massimo Kavsokalyvitis, con la gravità di un uomo che ha attraversato ogni prova della vita eremitica. Si tratta di un affresco del XVIII secolo, opera di un pittore rimasto anonimo, eseguito nella sacra Cella del Typikario, nella zona di Karyes, sul Monte Athos. Il santo è raffigurato frontalmente, con lo sguardo fisso sull’osservatore, mentre con la mano destra regge un drappo bianco che ricade in pieghe leggere davanti al corpo.

Intorno al capo si estende un ampio nimbo dorato, delimitato da una linea rossa, mentre nella parte superiore destra della composizione si distingue un’iscrizione con caratteri che ricordano più la scrittura slavonica che quella greca, particolare affatto insolito nei laboratori athoniti, dove spesso convivevano artisti e influssi di diversa provenienza. I capelli incanutiti, pettinati all’indietro, lasciano scoperta una fronte solcata da profonde rughe. La barba, lunga, folta e divisa nella parte inferiore in due ciocche, scende fino all’altezza del petto. Sopra una tunica scura, color castano profondo, il santo indossa un mantello chiaro, verdastro, con fodera scura, il tipico abito del monaco che ha rinunciato a ogni comodità materiale, elemento direttamente legato alla storia dello stesso santo.

Il modello iconografico di san Massimo Kavsokalyvitis nell’arte postbizantina

Manuele, questo il suo nome nel mondo, nato a Lampsaco in Asia Minore, abbandonò ancora giovane la casa paterna e ricevette la tonsura monastica sul monte Ganos, nella Tracia orientale. Passò da Costantinopoli e da Salonicco prima di giungere al monastero della Grande Lavra, dove la ricerca della preghiera noetica lo condusse a una vita errante, priva di dimora stabile, tra gli aspri pendii dell’Athos. Costruiva ripari provvisori con rami e poco dopo li incendiava, per non possedere nulla di proprio, neppure un luogo al quale avrebbe potuto legarsi affettivamente. Proprio da questa abitudine ebbe origine l’appellativo che lo accompagnò fino alla morte e che l’affresco di Karyes conferma mediante la propria iscrizione.

Il drappo bianco che tiene nella mano rimanda precisamente a tale povertà volontaria, a una vita spogliata di ogni oggetto superfluo, nella quale anche il più semplice pezzo di stoffa acquista un valore simbolico. L’arte postbizantina dell’Athos, soprattutto nell’area della Scete di Kavsokalyvia e delle celle circostanti, ripropose molte volte questa figura, spesso in relazione con altri santi della medesima tradizione ascetica, come Nifone e Acacio. Nell’affresco del Typikario, tuttavia, la rappresentazione conserva un carattere più sobrio, privo di particolari narrativi intorno alla figura, con l’attenzione concentrata esclusivamente sul volto e sulla postura del corpo.

Il volto di san Massimo Kavsokalyvitis nella pittura athonita

La lavorazione pittorica del volto, con gli zigomi leggermente illuminati e le cavità degli occhi immerse nell’ombra, segue le convenzioni della tarda tradizione athonita, nella quale la plasticità arretra dinanzi alla limpidezza spirituale dello sguardo. Non si tratta di un ritratto nel senso della somiglianza individuale, ma di una formulazione figurativa della sapienza della vecchiaia e dell’ascesi ininterrotta, elementi che la tradizione iconografica bizantina e, in seguito, postbizantina attribuiva sistematicamente ai grandi asceti del deserto.

(Traduzione dal testo greco a cura di K. Papachristou.)