
L’immagine è nota fin dai tempi della scuola. Gli antichi Greci si dividevano in quattro grandi popoli, i Dori, gli Eoli, gli Ioni e gli Achei, e ciascuno aveva il proprio dialetto, le proprie regioni e il proprio capostipite mitico. Lo schema ha origini antiche: lo troviamo già in testi del VI e del V secolo a.C. Presenta però un problema, di cui si erano accorti gli antichi stessi: i primi testi conservati della letteratura greca quasi lo ignorano.
Che cosa dice Omero degli antichi popoli greci
L’Iliade e l’Odissea sono le più antiche opere letterarie greche di cui disponiamo. Sintesi storiche meno recenti le collocavano molto presto, perfino nel X secolo a.C., ed Erodoto calcolava che Omero fosse vissuto circa quattrocento anni prima di lui. La ricerca attuale le data di solito all’VIII secolo o agli inizi del VII secolo a.C., come punto d’arrivo di una lunga tradizione orale. Comunque si faccia il conto, distano secoli dal mondo che descrivono.
Proviamo a fare un semplice conteggio. Gli Eoli, come popolo, non compaiono da nessuna parte nei poemi. L’Eolo dell’Odissea è il signore dei venti e non ha nulla a che fare con alcun popolo. Nell’Iliade non ci sono Dori. Nell’Odissea sono nominati una sola volta, quando Odisseo, travestito, descrive a Penelope Creta come un’isola dalle molte lingue, abitata da Achei, Eteocretesi, Cidoni, Pelasgi e «Δωριέες τε τριχάϊκες» («e i Dori trichaïkes») (Od. 19.177). L’epiteto viene interpretato ancora oggi in modi diversi. Di Dori nel Peloponneso, neppure una parola. La Sparta di Omero è la città di Menelao, un Atride.
E gli Ioni? Un solo verso. Nella battaglia presso le navi, nel XIII canto, compaiono gli «Ἰάονες ἑλκεχίτωνες», gli Ioni dalle lunghe tuniche strascicanti, accanto a Beoti, Locresi, Ftii ed Epei (Il. 13.685). Pochi versi più avanti si capisce che si tratta degli Ateniesi di Menesteo. Il nome funziona qui come denominazione di un contingente locale, alla pari con le altre della stessa enumerazione.
Con gli Achei accade il contrario. Il loro nome ricorre quasi a ogni pagina. Insieme a «Danai» e «Argivi» designa l’intero esercito che assedia Troia. Omero conosce tuttavia anche un uso molto più ristretto. Nel Catalogo delle navi, elencando gli uomini di Achille provenienti da Ftia e dall’Ellade, scrive: «Μυρμιδόνες δὲ καλεῦντο καὶ Ἕλληνες καὶ Ἀχαιοί» («erano chiamati Mirmidoni ed Elleni e Achei») (Il. 2.684). L’Ellade omerica è una regione della Tessaglia meridionale e gli Elleni uno dei suoi popoli.
Pelasgi ed Elleni in Tucidide e in Erodoto
La lacuna era già stata individuata dagli storici del V secolo a.C. Nel primo libro della sua Guerra del Peloponneso, Tucidide si serve proprio della testimonianza omerica per sostenere che il nome «Elleni» si estese a poco a poco. Prese le mosse da Elleno, figlio di Deucalione, e dai suoi figli, divenuti potenti nella Ftiotide, e passò di città in città. Omero, osserva, non chiama mai Elleni l’insieme dei Greci, ma soltanto i seguaci di Achille. Non usa nemmeno la parola «barbari», poiché non esisteva ancora un nome comune in contrapposizione al quale definire gli altri.
Erodoto, poco prima, offre una versione più audace. A suo giudizio, i Dori erano fin dall’origine una stirpe ellenica, assai errabonda, che si spostò dalla Ftiotide all’Istieotide, da lì al Pindo, nella Driopide e infine nel Peloponneso. Gli Ioni, con in testa gli Ateniesi, erano invece di origine pelasgica e appresero il greco solo più tardi (Hdt. 1.56-58). Sulla lingua dei Pelasgi, egli stesso ammette di poter fare soltanto congetture.
Vale la pena di osservare quanto poco materiale ci fosse dietro questa teoria. Nei poemi i Pelasgi sono un nome sparso: l’«Argo Pelasgico» della Tessaglia, lo Zeus di Dodona detto Pelasgico, Pelasgi a Creta e Pelasgi tra gli alleati dei Troiani. Queste menzioni sporadiche divennero, nelle mani degli storici del V secolo, il nome di un’intera popolazione preellenica. Su come esattamente si siano affermati i nomi «Ellade» ed «Elleni» nell’intervallo tra Omero ed Erodoto, le fonti sono avare. C’è comunque un’eccezione importante.
Elleno e i suoi figli: una genealogia costruita per gradi
Si tratta del «Catalogo delle donne», un poema genealogico che gli antichi attribuivano a Esiodo e che sopravvive solo in frammenti. La maggior parte degli studiosi lo colloca nel VI secolo a.C., anche se la datazione è discussa. Lì incontriamo per la prima volta la nota genealogia. Elleno ha tre figli, Doro, Xuto ed Eolo, e Xuto a sua volta genera Acheo e Ione. I quattro popoli trovano ormai posto in un unico albero genealogico, con un antenato comune.
Neutrale, questa genealogia, non lo era, e Atene lo mostrò chiaramente. Nello «Ione» di Euripide, rappresentato negli anni della guerra del Peloponneso, Ione non è più figlio di Xuto ma di Apollo e dell’ateniese Creusa, mentre Doro e Acheo vengono annunciati come futuri figli di Creusa e di Xuto. Gli Ioni, e con loro Atene, acquistano un’origine divina e il primato. I Dori, vale a dire soprattutto Sparta, diventano i fratelli minori della famiglia.
È su questo aspetto delle cose che la ricerca moderna ha posto l’accento. Jonathan Hall e altri studiosi sostengono che in età arcaica l’identità greca fosse labile e «aggregativa». L’Argivo o il Milesio si sentiva prima di tutto cittadino della propria città o membro di un popolo, e molto meno Greco. Una forte coscienza comune si formò soprattutto dopo le guerre persiane, con il contrappeso della figura del «barbaro». Significativamente, Erodoto fa definire agli Ateniesi la grecità in base alla comune origine, alla lingua, ai santuari e ai sacrifici, e ai costumi comuni (Hdt. 8.144). Questa definizione appartiene al V secolo.
I dialetti come testimoni
Se le genealogie sono costruzioni, i dialetti sono qualcosa di più tangibile. I linguisti distinguono nel greco antico quattro gruppi dialettali. Lo ionico-attico si parlava sulle coste dell’Asia Minore, in Eubea e in Attica, l’eolico a Lesbo, in Beozia e in Tessaglia. L’arcado-cipriota è attestato da iscrizioni dell’Arcadia e di Cipro. Il gruppo occidentale comprende il dorico e i dialetti nord-occidentali, e il dorico si sentiva parlare in Laconia, in Argolide, in Corinzia, a Creta, a Rodi e nelle colonie della Sicilia e dell’Italia meridionale.
La corrispondenza con i popoli funziona abbastanza bene per Ioni, Eoli e Dori. Gli Achei, ancora una volta, non rientrano nello schema. Non esiste un dialetto «acheo» nel senso in cui esiste il dorico. L’arcado-cipriota, sopravvissuto sulle montagne dell’Arcadia e nella lontana Cipro, è spesso considerato un’eco della lingua del Peloponneso prima dell’insediamento dei Dori. Ancora più indietro si trova il greco miceneo, noto dalle tavolette d’argilla in lineare B (circa 1400-1200 a.C.) di Cnosso, Pilo, Micene e Tebe, scrittura decifrata nel 1952 da Michael Ventris. Sono per lo più documenti contabili ed elenchi di nomi, e sui popoli dicono pochissimo.
Dori o Achei? Il caso di Sparta
La tradizione antica voleva che i Dori fossero scesi nel Peloponneso insieme ai discendenti di Eracle, gli Eraclidi, ottant’anni dopo la guerra di Troia, come nota Tucidide (1.12). L’archeologia non ha individuato le tracce di una grande invasione unitaria alla fine del mondo miceneo, e quando e come si siano insediate le comunità doriche resta una questione aperta. Certo è che in età classica Sparta era considerata la città dorica per eccellenza.
Eppure un re di Sparta poteva negare di essere un Dorio. Erodoto racconta che quando Cleomene I salì sull’Acropoli di Atene, intorno al 508 a.C., la sacerdotessa di Atena si alzò dal suo trono e gli vietò di entrare nel santuario, perché l’ingresso non era consentito ai Dori. Egli rispose: «ὦ γύναι, ἀλλ’ οὐ Δωριεύς εἰμι ἀλλ’ Ἀχαιός» («Donna, non sono un Dorio ma un Acheo») (Hdt. 5.72). In quanto Eraclidi, le casate reali di Sparta rivendicavano un’origine più antica di quella del popolo che governavano. Cleomene era fratellastro di Leonida, il re caduto alle Termopili nel 480 a.C.
Sull’acropoli di Sparta, durante gli scavi della British School at Athens negli anni Venti del Novecento, fu rinvenuto il torso in marmo di un oplita con elmo e alto cimiero, opera degli anni intorno al 480-470 a.C., oggi esposta al Museo Archeologico di Sparta. Molto presto fu chiamato «Leonida». L’identificazione è convenzionale e non si basa su un’iscrizione né su altre prove certe. A proposito del calco in gesso donato dalla British School al Museum of Classical Archaeology di Cambridge, si segnala che vicino al torso furono trovati frammenti di una gamba, di uno scudo e di un elmo, e che la maggior parte del cimiero è un’integrazione.
Un nome sopravvissuto
Dei quattro nomi, quello che Omero usava per tutti ebbe la sorte più singolare. In età storica si chiamava Acaia una striscia di terra sulla costa settentrionale del Peloponneso, e Acaia Ftiotide una regione della Tessaglia meridionale, vicino alla Ftia omerica. Le città dell’Acaia peloponnesiaca fondarono la Lega achea, che in età ellenistica si estese a quasi tutto il Peloponneso, finché i Romani non la sciolsero nel 146 a.C. Quando nel 27 a.C. Augusto organizzò la Grecia meridionale in una provincia separata, le diede il nome di Acaia.