
Creonte ha il potere di vietare la sepoltura di un morto. Ma ne ha anche il diritto? Attorno a questo scarto, tra la possibilità di imporre una decisione e la sua giustizia, si organizza buona parte dell’Antigone di Sofocle. Il re di Tebe riconoscerà il proprio errore e cercherà di porvi rimedio quando la sua decisione avrà già portato alla rovina.
Hybris, ate, nemesi: sono i termini con cui si affronta spesso, nella letteratura greca antica, il superamento dei limiti e ciò che ne consegue. Le storie, tuttavia, non si somigliano. Icaro e Sisifo vengono qui esaminati attraverso la tradizione mitologica, mentre Prometeo è protagonista anche di una tragedia giunta fino a noi. Accostarli a Edipo e a Creonte significa riunire figure che soffrono per ragioni molto diverse, talvolta consapevoli di ciò che rischiano, talvolta ignare perfino delle proprie origini.
Che cosa significavano hybris, ate e nemesi
La hybris può manifestarsi come un comportamento oltraggioso che nasce da un senso di superiorità. Nella Retorica (II 2, 1378b) Aristotele descrive più precisamente l’atto di coprire di vergogna un altro per il piacere che chi lo compie ricava dalla sua umiliazione. La parola acquista così un contenuto concreto, legato alle azioni e all’uso della forza nei confronti di altri esseri umani.
Con l’ate è in gioco la facoltà stessa di giudizio. Il termine indica lo smarrimento funesto, l’accecamento della mente e talvolta anche la sventura che ne deriva. Nel libro XIX dell’Iliade Agamennone invoca Ate mentre spiega l’offesa recata ad Achille. Scarica una parte della responsabilità su potenze divine, pur accettando di offrire una riparazione. Ascoltiamo la spiegazione dell’eroe stesso, dentro il suo conflitto con un altro uomo.
Alla nemesi si lega lo sdegno per qualcosa di immeritato o di ingiusto. Aristotele, nella Retorica (II 9), esamina il nemesân come dolore per la felicità immeritata. La dea Nemesi fu associata inoltre alla retribuzione e alla punizione della dismisura, acquisendo una presenza iconografica riconoscibile.
La sequenza che porta dall’arroganza all’accecamento e da qui alla rovina offre un utile schema interpretativo. Applicarlo richiede però cautela, opera per opera, soprattutto quando l’eroe ignora fatti decisivi o soffre per un gesto che ha giovato ad altri.
Icaro: il volo e le condizioni che lo rendono possibile
Nel racconto del poeta romano Ovidio, nelle Metamorfosi (VIII 183–235), Dedalo costruisce delle ali per fuggire da Creta insieme al figlio. Raccomanda a Icaro di tenere una rotta intermedia: in basso l’umidità appesantirebbe le ali, in alto il sole le distruggerebbe. Trascinato dal piacere del volo, il ragazzo abbandona la sua guida e sale. La cera che tiene insieme le ali si scioglie e Icaro precipita in mare chiamando il padre.
Si può leggere la storia come un monito contro la dismisura, a patto di badare al modo in cui Ovidio racconta la caduta. Il congegno si disfa per effetto del calore. Nessuna divinità compare a ordinare la morte del giovane, mentre lo stesso Dedalo si è servito con successo della propria invenzione per mettersi in salvo.
L’errore di Icaro si manifesta proprio quando tutto sembra funzionare. Il successo del volo lo spinge a trascurarne le condizioni, con il padre che vola poco più avanti e si volta indietro inquieto.
Sisifo e il tentativo di aggirare la morte
Sisifo lo incontra Odisseo nel mondo dei morti, nell’undicesimo libro dell’Odissea (593–600). Spinge un enorme macigno verso la cima, il macigno rotola di nuovo giù e la fatica ricomincia. La breve descrizione omerica restituisce il supplizio senza spiegare quale colpa lo abbia provocato.
Le tradizioni che spiegano la sua punizione divergono. Secondo la versione attribuita a Ferecide, Sisifo rivela al fiume Asopo la relazione di Zeus con sua figlia, Egina. Quando Zeus gli manda contro Thanatos, riesce a imprigionarlo. In seguito ottiene di tornare dall’Ade invocando l’omissione degli onori funebri, che lui stesso aveva chiesto alla moglie. La presentazione del mito della Brigham Young University distingue questi racconti dalla scena omerica, dove le ragioni della condanna restano taciute.
La sua astuzia può essere letta come il tentativo di sottrarsi più volte alla comune sorte umana. Nel supplizio del macigno, ogni avvicinamento al compimento viene annullato. Rimane lo sforzo fisico, che Omero rende tangibile con il sudore e la polvere intorno al suo capo.
Prometeo: quando la trasgressione giova agli uomini
Una questione morale più ardua la pone il Prometeo incatenato, opera tramandata sotto il nome di Eschilo, benché la sua paternità sia stata messa in dubbio dalla ricerca più recente. Il protagonista è un Titano, figura divina immortale, e il suo conflitto riguarda la sopravvivenza dei mortali.
Incatenato alla rupe per aver aiutato gli uomini e aver dato loro il fuoco, Prometeo presenta i propri doni come presupposto della civiltà. Fonda la sua difesa sulle conoscenze che ha offerto loro, consapevole della trasgressione e del suo prezzo. La sua scelta consente di leggere la disobbedienza come responsabilità verso chi è privo di potere.
Di chi è la giustizia che lo spettatore è chiamato ad accettare? A infliggere la pena è Zeus, mentre il punito si appella al beneficio reso agli uomini. Nel dialogo sulla Necessità, anzi, Prometeo sostiene che anche Zeus è soggetto al destino. Nell’opera superstite il conflitto resta aperto, e il Titano continua a resistere.
Nei Persiani, il prezzo della superbia regale
Nei Persiani di Eschilo, rappresentati nel 472 a.C., la catastrofe è legata in modo più esplicito alla dismisura di un sovrano. L’ombra di Dario interpreta la spedizione di Serse alla luce della sua pretesa di soggiogare perfino l’Ellesponto, gettando un ponte sul mare come se potesse metterlo in catene. Si tratta dell’interpretazione teologica e politica di un personaggio drammatico, all’interno di un’opera scritta da un poeta greco sulla sconfitta persiana.
Ma chi paga la superbia del re? L’opera insiste sui caduti della guerra e su un lutto che si estende oltre la casa reale. La decisione viene presa al vertice del potere, il costo si riversa sulla società. Serse torna vivo, e il Coro, nel lamento, cerca i nomi di quanti sono periti.
Edipo: la responsabilità nell’ignoranza
Nell’Edipo re di Sofocle la questione si sposta ai confini della conoscenza umana. Per sfuggire all’oracolo secondo cui ucciderà il padre e si unirà alla madre, Edipo lascia Corinto. Non sa che Polibo e Merope, dai quali si allontana, sono i suoi genitori adottivi. Lungo la fuga incontrerà il suo vero padre, Laio, senza sapere chi sia.
Divenuto ormai re di Tebe, si ostina a cercare l’assassino di Laio. L’indagine porta alla luce la sua stessa identità e un passato che ignorava. L’ira e le accuse rivolte ad altri pesano sul suo comportamento; tuttavia il parricidio e l’incesto si sono compiuti senza che egli conoscesse il legame di parentela. Questa ignoranza complica ogni tentativo di vedere nella sua caduta una punizione semplice e proporzionata, perché la rivelazione colpisce insieme Giocasta e i loro figli.
L’Antigone e il riconoscimento che arriva tardi
Nell’Antigone Creonte vieta la sepoltura di Polinice, che considera un nemico della città. Antigone si richiama alle leggi divine non scritte e al dovere verso il fratello. Si scontrano qui diverse pretese di giustizia, insieme alla rigidità dei personaggi che le difendono, come osserva anche la relativa presentazione dello University College London.
Creonte accoglie dapprima l’avvertimento di Tiresia come un intervento interessato. Quando si persuade a cambiare decisione, Antigone si è già tolta la vita. Seguono i suicidi di Emone e di Euridice. Lui resta in vita, riconoscendo la propria responsabilità.
Nel frattempo la possibilità di rimediare si è drasticamente ridotta. Creonte può revocare il suo ordine, ma resta di fronte alle perdite che esso ha provocato nella sua casa.
Nemesi e Prometeo su vasi del XIX secolo
Nei vasi del Metropolitan Museum qui riprodotti, l’antichità ritorna attraverso le arti decorative dell’Ottocento. Realizzate a Copenaghen intorno al 1875 da Frederick Sonne, con decorazione di V. Wendrich, le due opere in terracotta riprendono rilievi in marmo di Bertel Thorvaldsen del 1825.
Nel vaso con Nemesi, la dea, in piedi, tiene aperto un rotolo davanti a Zeus seduto. Accanto al trono si scorge un’aquila. La scena mostra Nemesi che legge la registrazione di una vita umana al dio che presiede il giudizio. Nell’altro vaso Minerva, con l’elmo, posa una farfalla sul capo della piccola figura umana plasmata da Prometeo, seduto a destra. La farfalla simboleggia l’anima.

Una decorazione a palmette sul collo e una fascia a meandro incorniciano le scene. Le fotografie sono in bianco e nero e mostrano danni alla superficie dei vasi, soprattutto attorno agli orli e ai motivi decorativi.