Oltre il mito: che cosa simboleggiavano davvero gli dei dell’Olimpo per gli antichi Greci?

Testa in marmo con capelli ondulati e barba, catalogata come «Head of Christ or Zeus» (Testa di Cristo o di Zeus).
«Head of Christ or Zeus» (Testa di Cristo o di Zeus), opera romana in marmo, III o IV secolo d.C., con successiva rilavorazione. Metropolitan Museum of Art, New York, n. inv. 55.38. Fletcher Fund, 1955.

È a Zeus che si appella Odisseo quando chiede al Ciclope di rispettare i suoi ospiti. In questa scena dell’Odissea il signore del cielo si presenta, al tempo stesso, come protettore di chi giunge senza difesa in terra straniera. Il suo potere tocca un obbligo umano perfino nella grotta di Polifemo, dove il visitatore è alla mercé del padrone di casa.

Gli dei dell’Olimpo erano legati a esperienze familiari agli antichi Greci, dall’incertezza di una traversata per mare alla dipendenza dal raccolto. Per chi li venerava erano presenze divine in grado di intervenire nella propria vita. Le letture simboliche si sviluppavano all’interno di questo mondo religioso e potevano divergere in misura considerevole. Un ateniese del V secolo a.C. e un filosofo stoico di epoca più tarda parlavano dello stesso Zeus, attribuendo al suo nome un contenuto diverso.

I dodici dei nella vita quotidiana

Nelle pratiche di culto delle comunità greche il rapporto con gli dei si esprimeva attraverso atti concreti. Un’offerta votiva, cioè un dono dedicato in un santuario, poteva essere presentata in segno di ringraziamento oppure accompagnare una richiesta di protezione. I sacrifici riunivano i partecipanti intorno all’altare, mentre le feste davano al tempo della comunità il suo ritmo. Negli scavi dei santuari sono state rinvenute migliaia di offerte di questo genere.

Nemmeno la composizione dei dodici dei fu ovunque la stessa. In elenchi e raffigurazioni diversi troviamo Estia oppure Dioniso, e i gruppi cultuali di dodici divinità potevano presentare anche altre varianti. Al di fuori di questi gruppi esistevano poi molte altre divinità. La posizione della stessa Estia mostra con quanta cautela occorra mettere in relazione l’azione di una figura nel mito con la sua importanza nel culto.

Zeus e Poseidone di fronte all’incertezza umana

In Zeus convergono la sovranità sul cielo e un potere che preserva un ordine delle cose. Il tuono e il fulmine rendono tangibile la sua supremazia. Nel racconto omerico, però, Zeus Xenios si cura anche del modo in cui viene trattato l’ospite. La forza del dio acquista così un significato nei rapporti tra gli uomini, accanto al suo dominio celeste.

Si può leggere questo legame anche come il rafforzamento di un obbligo sociale. Il viaggiatore, lontano dai suoi congiunti, invoca un protettore che il suo interlocutore è in grado di riconoscere. Polifemo respinge con disprezzo il richiamo a Zeus. In questa scena il lettore assiste anche allo scontro su ciò che ciascuno deve allo sconosciuto che gli sta davanti.

Al mare era legato Poseidone, la cui ostilità verso Odisseo ha una causa personale: l’eroe ha accecato Polifemo, figlio del dio. L’avventura marittima si inserisce in una storia di ritorsione, poiché il Ciclope chiede al padre di impedire o di rendere difficile il ritorno del suo avversario. La vulnerabilità umana sul mare trova qui un’espressione narrativa attraverso la volontà di una divinità.

Demetra e l’esperienza della perdita

Particolarmente stretto è il nesso tra mondo naturale ed esperienza umana nell’Inno omerico a Demetra. Dopo il rapimento di Persefone da parte di Ade, con il consenso di Zeus, la dea si mette alla ricerca della figlia. In seguito impedisce alla terra di dare frutto. La carestia minaccia gli uomini e, con loro, la continuità dei sacrifici agli dei.

In questa storia la separazione tra madre e figlia si intreccia con l’angoscia di una società che vive di agricoltura. Una lettura psicologica moderna può soffermarsi sul lutto di Demetra e sulla collera per una decisione presa in sua assenza. Il poema consente questo approccio, perché dà spazio alla ricerca e al prolungato rifiuto della dea di tornare alla vita di prima.

L’accordo finale stabilisce che Persefone trascorra un terzo dell’anno nel mondo sotterraneo e i restanti due terzi con la madre e gli altri immortali. È la proporzione indicata da questo inno in particolare. Alla fine del racconto Demetra insegna inoltre i riti sacri a Eleusi, legando così la vicenda della figlia al culto.

Atena e Apollo nella sfera del pensiero

Nel primo libro dell’Iliade, quando Achille sta per sguainare la spada contro Agamennone, interviene Atena. Solo lui la vede. La dea lo trattiene dal gesto omicida e la spada torna nel fodero, benché la sua ira rimanga e si sfoghi in parole.

Il poema dà al dilemma dell’eroe la forma di un dialogo con una divinità. Oggi possiamo riconoscere nella scena un’immagine dell’autocontrollo, con la riserva che Atena ha nell’epos una presenza molto più ampia. Partecipa alla guerra e favorisce determinati eroi. Il suo intervento su Achille rientra in questi rapporti personali di protezione.

Per Apollo la musica e la divinazione costituiscono ambiti d’azione fondamentali, e Delfi occupa un posto di rilievo nel suo culto. Sempre all’inizio dell’Iliade, le sue frecce portano la pestilenza nel campo degli Achei, dopo l’offesa recata al suo sacerdote. Nella stessa figura divina l’armonia musicale convive con la capacità di provocare una morte di massa.

Il desiderio e i rapporti tra gli uomini

Il potere di Afrodite è descritto dall’inno omerico a lei intitolato come una forza che suscita il desiderio negli dei e nei mortali, fino a raggiungere gli animali. L’attrazione erotica assume un’estensione cosmica. In questa immagine poetica possiamo riconoscere un’esperienza umana, il desiderio che nasce senza che lo abbiamo scelto in precedenza.

L’inno nomina anche le dee che restano fuori dal suo dominio: Atena, Artemide ed Estia. In questa eccezione divina si delineano i limiti di Afrodite, per quanto ampia appaia la sua sovranità.

Nel matrimonio Era aveva un posto particolare. Questo legame si esprimeva anche nell’iconografia, come nel fregio orientale del Partenone, dove la dea è raffigurata seduta mentre tiene sollevato il velo con un gesto nuziale. La tutela del vincolo coniugale offre un quadro sociale per comprenderla. Nei miti, i conflitti con Zeus aggiungono l’esperienza della tensione coniugale, sviluppata in modo diverso in ciascun racconto.

Artemide era legata alla caccia e agli spazi montani, come ricorda anche l’inno omerico ad Afrodite. Nel suo culto aveva importanza pure la protezione delle donne durante il parto. La verginità della dea conviveva con questa responsabilità nei confronti della nascita, ampliando la sua sfera oltre quanto si supporrebbe soltanto dalle sue raffigurazioni venatorie.

La casa e il mondo al di fuori

In Estia il focolare domestico acquisiva una presenza divina, mentre il suo culto era legato anche alla vita comune della città. Il suo ruolo nel mito è relativamente limitato. Per valutare però il suo posto nella religione greca antica occorre esaminare gli onori rituali che riceveva e il significato dello spazio a cui era associata.

Fuori dalla casa, lungo le strade e presso i confini, si incontravano le erme. Ermes proteggeva i viaggiatori e gli ingressi delle abitazioni. Questi monumenti venivano collocati lungo i percorsi o vicino alle porte e davano alla protezione divina un posto visibile al passante, proprio là dove egli passava da uno spazio all’altro.

Con Efesto entrava nell’Olimpo l’arte della metallurgia. Il lavoro che trasforma la materia aveva il suo artefice divino, mentre allo stesso mondo apparteneva Ares, il cui ambito era la guerra. La loro presenza ci permette di osservare come attività umane molto diverse trovassero posto nel pantheon, insieme alle loro conseguenze per la comunità.

Nelle Baccanti di Euripide Tiresia presenta il vino come un dono di Dioniso che dà sollievo dagli affanni e porta il sonno. Lo svolgimento della tragedia conduce però al corpo smembrato di Penteo, che si era opposto al dio. Il sollievo e la rovinosa perdita di controllo coesistono nell’opera. Qui l’indagine sui limiti umani passa attraverso un preciso conflitto drammatico, con personaggi che parlano da posizioni diverse.

Quando i filosofi interpretarono gli dei

La critica alle figure divine tradizionali compare già nell’antichità. Senofane rimproverava a Omero e a Esiodo di attribuire agli dei azioni che tra gli uomini sarebbero state biasimevoli. Osservò inoltre la tendenza dei diversi popoli a immaginare dei con tratti simili ai propri. I suoi frammenti pongono così la questione di quanto l’esperienza umana influenzi le rappresentazioni del divino.

Una direzione diversa fu sviluppata dalla filosofia stoica. Zeus veniva identificato con il principio attivo e razionale che pervade e ordina il cosmo. La teologia rientrava nello studio della natura ed era legata al modo in cui l’uomo deve vivere. Vivere in accordo con la natura richiedeva di armonizzare il proprio logos con il logos del tutto.

Queste interpretazioni si devono a pensatori precisi e appartengono a contesti storici determinati. La domanda «che cosa simboleggiavano davvero gli dei dell’Olimpo» richiede quindi ogni volta un’ulteriore precisazione: per chi e in quale epoca. Un sacrificio in un santuario locale offre un materiale, un commento filosofico su Zeus un altro.

Una testa dall’identità incerta

La testa in marmo dell’immagine presenta un volto barbato con una chioma folta e ondulata e riccioli profondamente scolpiti. Nel catalogo del museo porta il titolo «Head of Christ or Zeus» (Testa di Cristo o di Zeus) ed è datata al III o IV secolo d.C., con una successiva rilavorazione. La doppia denominazione lascia aperta l’identificazione. Nella fotografia si distinguono piccoli danni sulla superficie e la terminazione frammentaria del collo, sopra il supporto moderno.

La figura si presta a confronti tra diverse tradizioni di rappresentazione del divino. Per questa scultura, tuttavia, il catalogo menziona un intervento successivo senza spiegarlo nel dettaglio nella scheda pubblica. L’aspetto attuale dell’opera va esaminato tenendo conto di questo punto ancora irrisolto della sua storia.