
Il braccio destro alzato sopra la testa, in un movimento che torce la spalla e lascia aprire la camicia strappata fino a metà del busto, il vecchio di un dipinto del XVII secolo conservato al Philadelphia Museum of Art regge un compasso per la testa e ne abbassa le punte verso la superficie di un globo celeste. Il museo attribuisce l’olio, datato intorno al 1660, a Giovanni Battista Langetti e identifica la figura con Anassagora di Clazomene (ca. 500-428 a.C.), il filosofo presocratico che per primo tra quanti esercitavano la sua disciplina visse ad Atene e che per primo, a quanto sappiamo, spiegò le eclissi con l’interposizione di un corpo celeste davanti a un altro. Una generazione prima, nel 1636, Jusepe de Ribera lo aveva dipinto in tutt’altro modo: chino su un volume massiccio, con le vesti rattoppate. Ritratti di fantasia entrambi, ciascuno legge da un lato diverso una tradizione che muove dai pochi frammenti del filosofo e giunge, attraverso Platone e Aristotele, fino ai biografi della tarda antichità.
Da Clazomene all’Atene di Pericle
Rampollo di una famiglia agiata e aristocratica di Clazomene, città sulla costa occidentale dell’Asia Minore, Anassagora cedette secondo la tradizione il patrimonio paterno ai parenti per dedicarsi alla filosofia. Gli aneddoti raccolti da Diogene Laerzio nelle Vite dei filosofi plasmarono presto l’immagine del pensatore indifferente a tutto ciò che non riguarda il cielo: ai parenti che lo rimproveravano di trascuratezza rispose chiedendo perché non se ne occupassero loro; a chi gli domandava se non gli importasse della patria indicò il cielo dicendo che gli importava moltissimo; e quando gli chiesero per quale ragione fosse nato, rispose di essere nato per contemplare il sole, la luna e il cielo. Racconti della letteratura biografica, difficilmente verificabili sul piano storico, conservano tuttavia valore come testimonianze del modo in cui l’antichità lo ricordava, e li ritroveremo davanti ai due dipinti.
Aveva vent’anni, scrive lo stesso biografo, quando Serse attraversò l’Ellesponto, nel 480 a.C., notizia da cui si ricava la sua nascita intorno al 500 a.C. Oltre questo punto, quasi ogni tappa della sua vita si sposta a seconda dello studioso, come mostra in dettaglio la voce dedicata di Patricia Curd e John Sisko nella Stanford Encyclopedia of Philosophy. Per il suo arrivo ad Atene sono state proposte date che vanno dal 480 a.C., improbabile per una città allora coinvolta in una guerra, al 456 a.C., sostenuta da Mansfeld e accolta da altri studiosi, mentre una ricostruzione diversa, quella di Janko, colloca il filosofo a Lampsaco come protetto di Temistocle negli anni 466-460 a.C., prima che giungesse ad Atene ed entrasse nella cerchia di Pericle. In città, dove rimase da venti a trent’anni, amico e protetto di Pericle, le sue idee circolarono ben oltre la stretta cerchia dei suoi interlocutori: le conoscevano Sofocle ed Euripide, forse anche Eschilo, e senz’altro il commediografo Aristofane.
Scrisse un solo libro, che, come dice Socrate nell’Apologia platonica, si poteva comprare per una dracma al massimo. La sua datazione oscilla allo stesso modo, dagli anni Settanta del V secolo al 440 a.C., e la voce di Stanford giudica particolarmente convincente la proposta di Graham, che indica gli anni tra il 478 e il 466 a.C. sulla base di due eventi astronomici di cui diremo più avanti. Si conservano ventidue frammenti, 118 righe di testo in tutto, tramandati da filosofi e commentatori posteriori. Nella raccolta canonica dei presocratici di Diels e Kranz, Anassagora porta il numero 59. Secondo Diogene, lo scritto si apriva con l’affermazione che tutte le cose erano insieme finché venne il Nous e le dispose in ordine, e da questo esordio il filosofo ricevette il soprannome di «Nous».
L’accusa di empietà e Lampsaco
Il sole, che la religione tradizionale venerava come un dio, era per Anassagora una pietra incandescente, e questa tesi, insieme ad altre giudicate pericolose, gli valse un’accusa di empietà. Sulle circostanze del processo le fonti antiche divergono a tal punto che Diogene elenca le versioni una dopo l’altra senza scegliere. Secondo Sozione, l’accusatore fu Cleone, e il filosofo, che aveva chiamato il sole una massa di metallo incandescente, fu condannato a una multa di cinque talenti e all’esilio. Secondo Satiro, lo accusò Tucidide, avversario politico di Pericle, che all’empietà aggiunse l’accusa di intesa con i Persiani, cosicché Anassagora fu condannato a morte in contumacia. Ermippo parlava di carcere e di liberazione dopo un appello di Pericle al popolo, Ieronimo di un’assoluzione dovuta piuttosto alla simpatia dei giudici.
Gli studiosi moderni hanno collocato il processo nel 450, nel 437, nel 434 o nel 430 a.C. L’ultima data, che gli autori della voce ritengono la più probabile, lega la vicenda a un periodo in cui le campagne fallite del 431 e del 430 a.C. e lo scoppio della peste avevano scosso la posizione di Pericle, esponendo con lui anche persone della sua cerchia, tra cui Fidia e Aspasia. Plutarco collega la persecuzione al decreto di Diopite, rivolto contro chi non credeva negli dèi e insegnava sui fenomeni celesti. Nello stesso quadro si legge una frase che Satiro attribuisce al filosofo quando apprese in carcere la propria condanna e insieme la morte dei due figli: sapeva che erano mortali dal momento in cui li aveva generati. Pronunciata nel pieno della peste, che privò anche Pericle dei suoi figli, suona meno fredda di quanto parrebbe se trasferita in un altro anno.
Stabilitosi a Lampsaco, sulla costa meridionale dell’Ellesponto, vi morì nel 428 a.C. I Lampsaceni lo seppellirono con grandi onori. Quando, racconta Diogene, gli chiesero che cosa desiderasse si facesse per onorarne la memoria, domandò che ogni anno i ragazzi della città avessero vacanza nel mese della sua morte, usanza che si conservava ancora ai tempi del biografo.
Tutto in tutto: la fisica di Anassagora
Il suo pensiero si mosse tra due tradizioni. Da un lato i Milesi, Talete, Anassimandro e Anassimene, avevano tentato di spiegare il mondo attraverso regolarità proprie del sistema naturale, senza ricorrere a divinità personificate, e su questa linea si colloca Anassagora, nei cui frammenti superstiti la parola «dio» non compare. Dall’altro, Parmenide aveva sostenuto che il non essere non può essere e che, di conseguenza, nascita e distruzione sono impossibili. Questo divieto il Clazomenio lo accetta, ma lo interpreta a modo suo: i Greci, scrive in uno dei frammenti (B17), non pensano correttamente il nascere e il perire, perché nulla nasce né perisce, ma si mescola e si separa a partire da ciò che già esiste, e sarebbe più giusto chiamare il nascere mescolanza e il perire separazione. Il movimento, però, che l’Eleate respingeva, ad Anassagora serve, e su questo punto se ne allontana.
Il principio più legato al suo nome è formulato in un altro frammento (B11): in ogni cosa c’è una parte di ogni cosa. Un lingotto d’oro contiene, secondo questa logica, terra e acqua, carne e pelo, parti di tutti i generi fondamentali di materia, che per coesistere ovunque devono compenetrarsi a vicenda. La nutrizione offriva un esempio quasi da manuale. Quando un bambino mangia pane e beve latte e il suo corpo acquista carne, sangue e ossa, il cambiamento non dipende dalla trasformazione di una sostanza in un’altra, poiché questi costituenti erano già presenti nel cibo e semplicemente si accumulano. La domanda «come potrebbe il pelo nascere da ciò che non è pelo?», tramandata da un anonimo scoliaste di Gregorio Nazianzeno, riassume il ragionamento, anche se l’autenticità del frammento è stata messa in dubbio.
Se tutto è in tutto, resta da spiegare perché l’oro appaia oro. La risposta si trova nel frammento B12, secondo cui ciascuna cosa è ed era nel modo più evidente ciò di cui contiene di più. Ciò non significa, come spesso si ritiene, che il costituente dominante debba superare la metà della massa; basta che prevalga su ciascuno degli altri costituenti preso singolarmente. La possibilità di una separazione completa, che dissolverebbe la mescolanza universale, è esclusa dalla sua tesi sull’infinito: del piccolo non c’è un minimo, ma sempre qualcosa di più piccolo, e del grande sempre qualcosa di più grande (B3). Meno chiari, i «semi» di cui parla il frammento B4b sono stati intesi ora come semi biologici, ora come termine per le sostanze fondamentali stesse, dalle quali in qualche modo germoglia tutto il resto. Il termine «omeomerie», infine, con cui la tradizione successiva riassunse il suo sistema, si deve con ogni probabilità ad Aristotele e non ad Anassagora stesso.
Il Nous e il vortice cosmico
Fra tutto ciò che è mescolato, una sola cosa resta pura. Il Nous, secondo il più ampio dei frammenti superstiti (B12), è illimitato e autocrate e non si è mescolato con alcuna cosa, perché, se fosse mescolato, le cose con cui si trovasse commisto gli impedirebbero di dominarle, mentre ora, essendo solo in sé, la più sottile e la più pura di tutte le cose, possiede piena conoscenza di tutto e ha la massima forza. Fu esso a mettere in moto la rotazione, cominciata da una piccola regione, che ora si allarga di più e si allargherà ancora, e fu esso a disporre tutto ciò che doveva essere, ciò che fu e ora non è, ciò che è e ciò che sarà, insieme alla rivoluzione in cui si muovono gli astri, il sole, la luna, l’aria e l’etere. Il vortice, espandendosi, ridistribuisce la materia e fa emergere i singoli oggetti del mondo, e in un altro frammento (B4a) il filosofo parla di uomini che abitano città e coltivano la terra, con un sole e una luna «come da noi», formulando una tesi di molteplici mondi di forma simile la cui topografia non viene chiarita in alcun luogo.
Questo principio, che prometteva più di quanto desse, provocò la più nota delusione della filosofia antica. Nel Fedone di Platone Socrate racconta quanto si rallegrò udendo che il Nous ordina ogni cosa, aspettandosi di imparare dal libro di Anassagora perché sia meglio che le cose stiano come stanno, e come, leggendolo, si accorse che l’autore non si serviva del Nous per spiegare l’ordinamento del mondo, ma invocava come cause l’aria, l’etere, l’acqua e molte altre stranezze. Aristotele riprese la critica, ma scrisse anche la frase che definì il posto di Anassagora nella storia del pensiero: quando affermò che un intelletto è presente nella natura, come negli animali, quale causa del mondo e di tutto il suo ordine, apparve come un uomo sobrio in mezzo a quanti prima di lui parlavano a caso (Metafisica I 3, 984b15).
Che cosa fosse esattamente il Nous, la ricerca moderna non è giunta a un accordo. Per alcuni interpreti si tratta di una materia speciale, sottilissima, per altri del tentativo di descrivere qualcosa di immateriale prima che esistesse un linguaggio adatto, mentre una terza lettura vi vede la legge naturale stessa. La maggior parte degli studiosi attuali, contro il giudizio del Socrate platonico, lo intende come causa teleologica: Sedley ponendo l’accento su un orientamento antropocentrico della cosmogonia, Laks come continua discriminazione conoscitiva dei costituenti. Un frammento di Filodemo dai papiri di Ercolano (PHerc. 1428), non compreso nella raccolta di Diels e Kranz ed edito da Vassallo, attribuisce ad Anassagora l’idea che il movimento dovuto al Nous fu, è e sarà sempre, cioè che la cosmogonia non ebbe un primo istante. L’influenza del principio è ben leggibile nell’intelletto cosmico del Timeo platonico, nel motore immobile di Aristotele e nella sua teoria dell’intelletto umano nel trattato Sull’anima.
Eclissi, meteoriti e il sole come pietra rovente
La spiegazione delle eclissi mediante interposizione, l’occultamento di un corpo da parte di un altro, sembra essersi fondata sull’osservazione e su testimonianze. Il 17 febbraio del 478 a.C. un’eclissi anulare di sole, visibile da Atene, Clazomene e Lampsaco, proiettò la sua ombra sulla maggior parte del Peloponneso, e i marinai che attraversavano l’Egeo potevano riportarne la notizia. Da simili resoconti derivano forse due affermazioni che gli vengono attribuite, per il resto stranamente precise: che la luna è grande quanto il Peloponneso e che il sole è più grande della luna. Per questo l’eclissi del 478 è considerata il termine post quem per la stesura del suo libro.
Fu anche il primo a sostenere che nel cielo esistono corpi solidi e pesanti, trattenuti dalla violenta rotazione del vortice, e che alcuni di essi, vincendone la forza, cadranno un giorno sulla terra. Pochi anni dopo, nel 466 a.C. secondo Plinio, mentre una cometa era visibile nel cielo notturno, una pietra grande quanto un carro cadde a Egospotami, sulla costa dell’Ellesponto di fronte a Lampsaco, e Anassagora si guadagnò la fama di averne «predetto» la caduta. Diogene scrive che aveva preannunciato la caduta di una pietra dal sole, e che Euripide, che egli considera allievo di Anassagora, nel Fetonte chiama il sole zolla d’oro. Lo stesso anno portò anche, secondo l’analisi che la voce di Stanford fa propria, una smentita: la teoria delle comete, che il filosofo spiegava come congiunzione di pianeti, veniva contraddetta dalla cometa di Halley, visibile in tutto il Mediterraneo da giugno ad agosto del 466 a.C., circostanza che depone a favore della pubblicazione del libro prima di quell’anno. Con lo stesso criterio naturalistico spiegava il tuono e il fulmine, i turbini, la grandine e le piene del Nilo, che attribuiva allo scioglimento delle nevi sui monti dell’Etiopia, mentre immaginava la terra piatta, a forma di tamburo.
Un episodio narrato da Plutarco mostra come la teoria entrò nella cerchia di Pericle. Il 3 agosto del 431 a.C., mentre la flotta si preparava a salpare, si verificò un’eclissi di sole e il panico dilagò fra gli equipaggi. Pericle tenne il proprio mantello davanti agli occhi del timoniere atterrito e gli chiese se lo ritenesse un presagio terribile; quando quello rispose di no, gli domandò quale differenza vi fosse con l’eclissi, se non che era stata prodotta da qualcosa di più grande di un mantello. Quanto ai sensi, Anassagora riconosceva che la loro debolezza ci impedisce di discernere la verità (B21), ma ammetteva che i fenomeni offrono una visione delle cose non manifeste (B21a), e Aristotele avrebbe poi usato la sua spiegazione delle eclissi come modello di spiegazione scientifica negli Analitici secondi.
Anassagora nella pittura del Seicento
La riscoperta e l’edizione di testi classici nel Cinquecento e nel Seicento ravvivarono l’interesse per i filosofi dell’antichità, e a Napoli, dove l’aristocrazia spagnola del viceregno costituiva la clientela più importante di Ribera, la figura del vecchio saggio, povero e umile, divenne un soggetto pittorico richiesto di per sé. Il catalogo del LACMA osserva, a proposito di un filosofo dello stesso gruppo di opere, che il pittore ritraeva questi pensatori come poveri, sottolineandone la dedizione a fini metafisici e non materiali, e che l’ascetismo che la tradizione attribuiva a filosofi antichi, profeti e santi trovava eco presso il pubblico cattolico spagnolo. Diogene Laerzio, infine, era fonte non soltanto di aneddoti ma anche di indizi fisiognomici, e sulla base di simili descrizioni si tentano ancora identificazioni di figure prive di iscrizione.
Il compasso e il globo celeste nel dipinto di Filadelfia
La scheda del museo intitola l’opera The Philosopher Anaxagoras, la data intorno al 1660 e la assegna, con la riserva dell’«attribuito», a Giovanni Battista Langetti (1625-1676). Olio su tela di 99,7 × 134 cm, con numero d’inventario W1904-1-25, è entrata nella collezione nel 1904 per acquisto con il fondo W. P. Wilstach. Nella sua breve nota, il museo colloca Anassagora nel IV secolo a.C., mentre le testimonianze antiche e la letteratura filosofica convergono sugli anni ca. 500-428 a.C., ossia sul V secolo. Come tratti della figura ricorda la sua fama per scoperte astronomiche e matematiche e la vita ascetica, che il pittore segnala con la veste di pelle animale. L’identificazione, del resto, non è l’unica proposta, poiché in schede relative alla riproduzione digitale dell’opera compare anche il nome di Archimede.
Orizzontale, la composizione si apre a sinistra su un cielo tempestoso con nubi bianco-grigie e squarci di azzurro intenso, sopra un orizzonte basso e scuro, mentre la figura, disposta in diagonale, occupa il centro. La luce cade forte sul torso nudo e sulla camicia bianca, strappata e pendente aperta, e sulla spalla, vicino al globo, si distingue la pelliccia della veste. Il volto, incorniciato da una lunga barba grigiastra con riflessi caldi, è visto di scorcio, con lo sguardo rivolto al globo. Il braccio destro si piega sopra la testa e regge lo strumento per l’estremità superiore, mentre il sinistro passa davanti al corpo e si appoggia su un foglio piegato o un libro in basso a sinistra. Il globo, su un sostegno tornito di colore scuro e cinto da anelli, reca figure di costellazioni disegnate, tra cui una lunga linea sinuosa simile al corpo di un serpente, e piccoli segni rossastri. Sul tavolo a destra, un piccolo calamaio con una penna d’oca bianca e un foglio srotolato con una riga di lettere che nella riproduzione disponibile non si leggono.
Di contro al lettore di Ribera, il filosofo di Langetti è dipinto all’aperto, sotto un cielo aperto, nel momento in cui misura. La scelta può leggersi come resa figurativa degli aneddoti di Diogene, dell’uomo che indica il cielo come sua patria e dichiara di essere nato per contemplare il sole, la luna e il cielo, senza però che sappiamo se il pittore o il committente avessero in mente proprio quei passi.
Il libro e le vesti rattoppate nel dipinto di Ribera

Nel 1636 fu registrato nei libri del Banco dello Spirito Santo di Napoli un pagamento di cento ducati, acconto su un totale di cinquecento, da parte di Lorenzo Cambi e Simone Verzone a «Gioseppe de Ribera», per dodici quadri alti cinque palmi e larghi quattro, in ciascuno dei quali il pittore avrebbe dipinto di sua mano un filosofo, a uso del «conte Carlo Felesbergh», cioè del principe Karl Eusebius von Liechtenstein, con termine di consegna di sei mesi. Il documento, pubblicato nel 1983 da Eduardo Nappi e commentato nel 1986 da Craig Felton sul Burlington Magazine, è citato nel catalogo della collezione Clowes del museo di Indianapolis, nella scheda di un filosofo di Ribera identificato con ogni probabilità con Euclide, firmato e datato 1637. Dei dodici quadri ne furono consegnati infine sei, rimasti nelle collezioni dei principi del Liechtenstein fino al 1954, quando vennero dispersi. L’Euclide di Indianapolis misura circa 124,7 × 98,7 cm e il filosofo del LACMA 124,3 × 99,1 cm.
L’Anassagora, olio su tela del 1636 di 120 × 95 cm, si trova in una collezione privata. Rivolta a sinistra, di profilo, la figura china il capo su un grosso libro che regge con entrambe le mani, una delle quali lo sostiene da sotto. I capelli bianchi e ricci e la barba bianca, la fronte e la guancia ricevono la luce che giunge dall’alto a sinistra, la stessa luce che sbianca le pagine, su cui si delineano figure geometriche lineari, mentre il fondo resta scuro e quasi uniforme. La ruvida tunica bruna è rattoppata sulla spalla e sul braccio con pezze di stoffa più chiara, e sotto spuntano un colletto grigio-azzurro e una manica rossa. Sul bordo del tavolo, in primo piano, fogli di carta piegati recano anch’essi tenui tracce di linee. Sopra di essi, nella zona scura sotto la mano che sostiene il libro, un’iscrizione a pennellata chiara non si legge con sicurezza nella riproduzione disponibile.
Le toppe della veste appartengono alla convenzione del saggio povero che Ribera coltivò in tutte le sue serie di filosofi. Nel caso di Anassagora, tuttavia, la convenzione acquista una risonanza particolare se si ricorda il racconto del giovane facoltoso di Clazomene che lasciò i suoi beni ai parenti. Le figure geometriche delle pagine, d’altra parte, legano il personaggio alla sua fama di matematico e astronomo, la stessa che il museo di Filadelfia richiama per il dipinto di Langetti. L’appartenenza dell’opera alla commissione del principe è documentata nel catalogo della collezione Clowes, dove l’Anassagora figura tra i sei quadri consegnati ed è menzionato fra le figure identificate da iscrizioni.
Fonti e bibliografia
- Curd, P., e Sisko, J. (2026). Anaxagoras. Stanford Encyclopedia of Philosophy, Stanford University (prima pubblicazione 2007, revisione sostanziale 9 agosto 2026).
- Diogenes Laertius (1925). Lives of Eminent Philosophers, libro II, cap. 3 (Anassagora). Trad. di R. D. Hicks. Loeb Classical Library, Harvard University Press.
- Los Angeles County Museum of Art. Jusepe de Ribera, A Philosopher (1637), n. M.91.125.2, scheda della collezione.
- Philadelphia Museum of Art. The Philosopher Anaxagoras (ca. 1660), scheda della collezione.