
Nell’abside settentrionale di una piccola chiesa bizantina di Naxos si conserva, offuscata dal tempo ma ancora ben distinguibile nei suoi tratti principali, una delle più antiche raffigurazioni note della Theotokos all’interno di una composizione di Deesi, con una datazione che risale al VII secolo d.C. Questa chiesa porta il nome di Panagia Drosiani e appartiene a uno dei più antichi complessi monastici del mondo bizantino, con radici che gli studiosi collocano tra il IV e il VI secolo. Sconosciuto rimane, come accade per la maggior parte della pittura paleocristiana, il nome dell’artista che tenne il pennello.
La figura che distinguiamo, in atteggiamento orante e dai tratti sottili, quasi diafani, non si erge da sola sulla parete. Appartiene a una composizione più ampia, che supera di gran lunga la consueta trimorfia di Cristo, Theotokos e Prodromo, quale si consolidò più tardi nell’arte bizantina; nella Drosiani la Deesi acquista cinque figure invece di tre, due delle quali rimangono tuttora aperte all’interpretazione, questione che ha impegnato ripetutamente la ricerca intorno agli affreschi più antichi del monastero e alla loro datazione. La sua sopravvivenza si deve, in un certo senso ironico, a strati successivi di calce e di pittura che la ricoprirono per secoli, proteggendola così involontariamente dal furore dell’iconoclastia.
L’affresco della Panagia Drosiani e la sua composizione
Il volto che vediamo riempie quasi per intero la superficie che lo circonda, cinto da un’aureola disegnata con doppia circonferenza, in toni d’ocra che sfumano verso un arancione più profondo ai margini. Il copricapo, scuro in sommità e chiaro intorno al volto, incornicia tratti che il degrado ha reso asimmetrici: un occhio conserva ancora la sua marcata linea di contorno, l’altro si è quasi dissolto nel colore della parete. Tra di essi, un naso sottile e una bocca piccola, quasi serrata, conferiscono al volto un’espressione introversa, lontana da ogni teatralità.
Il volto della Theotokos: linea e degrado
Sotto il collo, macchie scure segnalano i punti in cui l’intonaco si è staccato completamente, lasciando nuda la muratura. Non si tratta però di un degrado casuale, privo di significato per l’osservatore odierno. Il contrasto tra la parte conservata, con le linee sottili del volto, e la parte perduta del corpo rivela qualcosa della stessa tecnica costruttiva: il colore veniva applicato in strati sottili sull’intonaco fresco, un metodo che rendeva vulnerabili proprio quei punti in cui l’aderenza era più debole. Intorno al capo, tracce di colore rosso si distinguono sul tessuto che copre i capelli, richiamo al tradizionale maphorion rosso della Theotokos, sebbene il corpo principale della veste non si conservi più in misura tale da consentire conclusioni sicure sul suo disegno.

Colore e tecnica
La tavolozza si limita a toni terrosi: ocra, marrone, un rosso attenuato e lo scuro, quasi nero, delle lacune. Non vi è qui la ricchezza del fondo dorato che dominerà secoli più tardi nella scuola cretese; la superficie rimane sobria, con la linea che porta tutto il peso dell’espressione al posto del colore. Questa sobrietà non è una debolezza tecnica. Riflette piuttosto la tarda tradizione antica della pittura ritrattistica, quella che aveva già elaborato, nei ritratti funerari romani del Fayyum, un modo di rendere lo sguardo attraverso occhi grandi ed espressivi. L’affresco della Panagia Drosiani sembra ereditare proprio questo sguardo, trasferendolo in un contesto religioso senza mutarne sostanzialmente il linguaggio.
Il suo posto nella storia della pittura bizantina
Pochissimi affreschi preiconoclasti sono giunti fino a noi, poiché il furore distruttivo dell’VIII e del IX secolo cancellò la maggior parte della produzione figurativa dei primi secoli bizantini. Secondo gli studiosi, la Panagia Drosiani possiede il programma pittorico meglio conservato di questo periodo, fatto che spiega in parte l’interesse scientifico che il monumento ha suscitato. Sopra queste raffigurazioni originarie, pittori successivi aggiunsero nuovi strati che giunsero fino al XIV secolo, coprendo la Deesi per centinaia di anni prima che venisse riportata alla luce. Nella cupola della stessa chiesa si conserva una singolare duplice raffigurazione di Cristo, prima in giovane età e poi come uomo maturo, elemento che mostra quanto fosse ricco e insolito il programma teologico concepito dall’artista sconosciuto, o dagli artisti, della Drosiani.
Il visitatore che oggi si ferma davanti a questo volto non si trova semplicemente di fronte a un residuo. Vede il punto in cui si sono incontrati il tardo sentire ellenistico della forma umana e il bisogno di una comunità cristiana da poco costituita di dare forma alla mediazione, alla supplica, all’angoscia umana dinanzi al divino. Le due figure non identificate che accompagnano la composizione a cinque figure restano, fino a nuovo avviso, una questione aperta per la ricerca, promemoria del fatto che persino i monumenti meglio studiati nascondono lacune che nessuna bibliografia è ancora riuscita a colmare del tutto. Il degrado, del resto, non toglie soltanto; certe volte lascia visibile ciò che una superficie perfetta avrebbe nascosto, ossia il modo in cui operava la mano sotto lo strato finale del colore. A Naxos, in uno spazio che la quotidianità dei visitatori spesso attraversa in fretta, questo volto continua a guardare verso una direzione che la stessa composizione della Deesi stabilì quattordici secoli fa, senza aver bisogno di alcuna conferma da parte nostra per rimanere ciò che è.
(Traduzione dal testo greco a cura di K. Pappas.)

