
Paesaggi fluidi, che respirano sotto cieli pesanti, plumbei, definiscono l’impronta di Niccolò dell’Abbate. Realizzato intorno al 1560, il dipinto Mosè salvato dalle acque, un olio su tela appartenente al Museo del Louvre, non mira in alcun modo a rappresentare l’antico Egitto. Il pittore modenese, che determinò in larga misura l’estetica della corte francese, trasferisce l’episodio biblico sulle rive di un fiume familiare, interamente europeo. Ciò che magnetizza lo sguardo, paradossalmente, non è il neonato. È la coreografia delle donne. Figure allungate riflettono l’aristocratica snellezza della Scuola di Fontainebleau. Sagome eteree, avvolte in tessuti semitrasparenti, si chinano tra i canneti con una grazia danzante, spontanea, ignorando l’accuratezza storica dinanzi all’imperativo dell’estetica.
L’arte manierista e i capovolgimenti visivi
Spostando l’attenzione verso la parte destra della composizione, la figlia del faraone e le sue ancelle emergono come antiche ninfe, i cui corpi si delineano attraverso pieghe sottili, quasi acquatiche. Movimenti delicati delle mani conducono lo sguardo verso il basso, proprio là dove una donna con una veste rosa iridescente ha già posato nell’acqua il cesto intrecciato. Rivela una particolare teatralità il trattamento dei tessuti, avvolti in modo elaborato intorno alle loro membra.
Più in profondità, sullo sfondo, si compie tuttavia il grande capovolgimento. Si dispiega un paesaggio nebbioso, verde-azzurro. Torrette di castelli francesi del XVI secolo si innalzano, mentre, su un ponte di pietra, cacciatori e viandanti attraversano il fiume, completamente indifferenti all’evento sacro in primo piano. Da questa asimmetria tra il miracolo e la quotidianità mondana emerge una tensione singolare. Dell’Abbate non si limita a narrare, componendo un mondo onirico nel quale la fluidità della pennellata dissolve i confini tra il mito e la realtà del suo tempo.
(Traduzione dal testo greco a cura di K. Papachristou.)
