
La Natività di Cristo, oggi conservata nel Museo Onufri di Berat, fu dipinta nel XVI secolo da Nikolla, figlio e continuatore del protopapa Onufri, nella stessa bottega che il padre aveva fondato in città. Proviene dalla Chiesa della Dormizione della Madre di Dio, il luogo di culto intorno al quale fu successivamente costituito il museo stesso che oggi la ospita.
In questa piccola tavola lignea, il pittore condensò l’intero ciclo degli avvenimenti che la tradizione ortodossa collega alla nascita del Dio-Uomo, dalla schiera degli angeli fino al viaggio dei Magi e al bagno del neonato.
In un’iscrizione conservata in una chiesa di Kastoria, lo stesso Onufri dichiarava la propria provenienza dalla «splendida città di Berat». Rimase nella storia dell’arte per un rosso profondo, quasi sanguigno, che la ricerca battezzò con il suo nome, colore che il figlio ereditò insieme alla bottega. Alla metà di quel secolo, con i territori balcanici già da decenni sotto l’amministrazione ottomana, i pittori della generazione di Nikolla continuavano ostinatamente il linguaggio della pittura paleologa, arricchendolo con elementi tratti dal paesaggio e dagli abitanti dell’Epiro. La scena segue fedelmente il modello iconografico bizantino della Natività, nel quale il tempo viene abolito e molteplici episodi coesistono nel medesimo spazio pittorico.
L’arte postbizantina della Natività di Cristo
Nella parte superiore della composizione, un semicerchio verde intenso emana un raggio di luce che scende verticalmente fino alla grotta, indicando simbolicamente il cielo e la stella che guidò i Magi. Alla sua destra e alla sua sinistra si dispiegano, in contrappunto, due annunci celesti: a sinistra, un fitto gruppo di angeli con nimbi e vesti rosse solleva le mani in atteggiamento di glorificazione, rendendo la «gloria nell’alto dei cieli»; a destra, un angelo solitario dalle ali aperte si dirige verso un pastore seduto su una cima rocciosa in mezzo alle pecore, nel momento che la tradizione definisce annuncio ai pastori.
Fra di loro, la terra si piega in tre tonalità, il verde, il verde scuro che sfiora il nero e l’ocra, formando quel paesaggio frantumato e angoloso che il pittore postbizantino ereditò dalla scuola paleologa, senza tuttavia rinunciare alla propria osservazione personale. Sui pendii più bassi, alcune capre pascolano fra arbusti disegnati con una linea nervosa, quasi calligrafica.
Al centro della massa rocciosa, entro un’apertura oscura, emergono le teste del bue e dell’asino, chine sopra una mangiatoia rossa, particolare che rimanda al versetto profetico di Isaia sul bue che conosce il proprio padrone e sull’asino che riconosce la mangiatoia del suo signore. Più a destra, dominando l’icona con la propria figura, la Madre di Dio riposa distesa sopra un cuscino rosso, avvolta in un maphorion rosso cupo, illuminato tutt’intorno da un nimbo della stessa tonalità: quello stesso rosso che Nikolla ricevette dal padre e che qui acquista un peso autonomo.
Il suo sguardo, rivolto verso l’esterno della composizione, non si posa sul Bambino. Mantiene, invece, una distanza di raccoglimento, conforme al tipo iconografico bizantino che presenta la Madre di Dio immersa nella meditazione e non in un tenero abbraccio.

I Magi, i pastori e la bottega di Onufri
Nella parte inferiore dell’icona, la narrazione prosegue lungo due pendii paralleli. Su quello di sinistra, tre dignitari a cavallo, con corone e mantelli rossi, discendono fra pastori che li accolgono con un gesto vivace: il cammino dei Magi, reso qui con un movimento quasi narrativo, lontano dalla staticità di altre botteghe contemporanee.
Sul pendio di destra, sopra una roccia dipinta d’ocra sulla quale pascola una capra nera, si distingue una figura seduta con il nimbo, che l’iconografia consolidata identifica con Giuseppe immerso nel proprio dubbio; accanto a lui, due figure femminili preparano il bagno del Bambino, scena che la tradizione ecclesiastica conservò come richiamo alla natura reale e corporea dell’Incarnazione.
Il padre Onufri operò in tutta la più ampia regione dell’Epiro e dell’Albania sud-occidentale dalla metà del XVI secolo, lasciando affreschi a Kastoria e icone nelle chiese di Berat, Valona e in altri luoghi. Nikolla, meno studiato del padre ma altrettanto attivo, dipinse negli stessi centri opere che la ricerca contemporanea fatica ancora a distinguere da quelle paterne, tanto strettamente egli seguì i modelli e il linguaggio cromatico della bottega.
Decine di simili icone furono raccolte nel XX secolo all’interno della stessa Chiesa della Dormizione, dove oggi ha sede il museo che porta il nome del più anziano dei due pittori, senza cancellare l’impronta lasciata dal figlio in questa scena della Natività.
(Traduzione dal testo greco a cura di K. Papachristou.)
